Bisessualità: da dove ha origine

Sulla bisessualità non vi sono teorie univoche in grado di spiegarne il meccanismo d’azione. Rispetto alla omosessualità, tende a essere un comportamento localizzato e limitato nel tempo e a essere acquisito anche dopo un certo numero di anni di orientamento sempre eterosessuale. Ciò induce a pensare che spesso il primum movens potrebbe essere anche la curiosità, l’arricchimento del bagaglio esperienziale e, in ultima analisi, la trasgressione.

Definizione e descrizione della bisessualità

Si indica col termine bisessualità l’orientamento sessuale di un soggetto che ha la capacità di provare una forte attrazione romantica, sentimentale e affettivo-erotica nei confronti di individui sia del proprio sia dell’altro sesso, indirizzando il proprio comportamento sessuale di conseguenza. La persona bisessuale può quindi sperimentare attrazione sessuale e intraprendere relazioni amorose con componenti di entrambi i sessi. Comunemente, le persone che non hanno un orientamento esclusivo per un sesso rispetto all’altro vengono facilmente identificate come bisessuali.

La bisessualità è stata osservata in varie società umane lungo tutto il corso della storia registrata e nel resto del regno animale.
Molti studiosi affermano che tutti gli esseri umani siano bisessuali, altri sostengono che la bisessualità non esista. È tuttavia crescente il numero di persone che dichiarano di essere bisessuali o che, pur conducendo una vita apparentemente eterosessuale, hanno rapporti omosessuali clandestini.

L’orientamento bisessuale è caratterizzato da oscillazioni temporali ed epocali dovute a pressioni interne ed esterne, che spingono alternativamente o contemporaneamente verso l’uno o altro oggetto sessuale.

La bisessualità può essere anche accidentale ed episodica quando si verifica in una situazione in cui manca la presenza femminile, come per esempio in carcere. In questi casi il più delle volte il comportamento omosessuale sparisce al ritorno nella situazione abituale.

In alcuni casi, la bisessualità può essere un momento di transizione dall’eterosessualità all’omosessualità e viceversa. Altre volte può avere una funzione di paravento, quando per soggezione nei confronti dell’ambiente sociale in cui si vive, ci si serve del matrimonio per allontanare ogni sospetto di omosessualità.

La bisessualità femminile, considerata meno interessante di quella maschile (che, complessa e variegata, presenta molto spesso il sesso sganciato dall’amore), si differenzia per amori possessivi e intensi, e per quel carattere erotico e non genitale della cui carenza le donne si lamentano nei rapporti eterosessuali e matrimoniali.

Come gli altri due termini principali indicanti le possibili varianti di orientamento sessuale, ossia eterosessuale e omosessuale, anche la parola bisessuale è stata coniata e per la prima volta utilizzata nel corso del XIX sec. e precisamente da Freud.

Il temine bisessualità non va confuso con quello di intersessualità perché un individuo intersessuale può presentare caratteristiche anatomiche interne ed esterne patologiche sia maschili che femminili.
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Storia della bisessualità in Occidente

La considerazione sociale del comportamento bisessuale nel corso della storia è stata molto varia.

Sia nella società dell’Antica Grecia sia in quella dell’Antica Roma il fatto di provare attrazione per le persone dello stesso sesso non era, di per sé, considerato deplorevole ma, al contrario di quanto è stato talvolta sostenuto, questo non significava affatto una piena accettazione dell’omosessualità o l’esistenza di una sessualità libera. Nel mondo antico, relazioni fra persone dello stesso sesso potevano essere accettate solo all’interno di un comportamento bisessuale: per quanto non vi fosse di per sé nulla di condannabile nell’attrazione verso persone dello stesso sesso, ciò poteva realizzarsi solo a patto che un cittadino adulto, sia greco sia romano, assolvesse i doveri nei confronti dello Stato. Fra questi ovviamente figuravano al primo posto l’unirsi in matrimonio, generare figli e rispettare le leggi e convenzioni sociali sulla famiglia, considerata l’architrave della società.
Qualsiasi comportamento che minasse questo principio era assolutamente condannato.
La misoginia, che sembra connaturata alla psicologia maschile, ha dato il suo contributo alla bisessualità sia nella Roma antica che nella Grecia antica, dove la bisessualità femminile, a differenza della pederastia, non essendo strumento di formazione del cittadino, non interessava la polis.

Nell’Europa medievale la bisessualità veniva condannata della tradizione giudaico-cristiana che riteneva comunque inaccettabile l’attività sessuale fra individui dello stesso sesso.

Durante il Rinascimento italiano, il “crimine di sodomia” era largamente praticato, nonostante le severe pene inflitte dalla Santa Inquisizione.
Una certa fluidità sessuale lungo il corso della vita, accompagnata da esperienze omosessuali compiute in gioventù, era considerata come parte integrante del processo di crescita e maturità degli uomini “eterosessuali”.

La figura del libertino poi è stata anch’essa storicamente associata con la bisessualità, questo a partire dal XVII sec.; si trattava per lo più di aristocratici che potevano, dato il loro rango, permettersi d’amare sia donne sia uomini senza preoccuparsi troppo delle conseguenze.

La designazione di libertino è poi proseguita per tutto il XVIII sec. per riferirsi a persone “libere” da pregiudizi anche in campo sessuale; in quanto sfidavano l’autorità della Chiesa e la moralità del tempo, il potere religioso ha condotto contro di essi una guerra senza quartiere.

Molto più recentemente, nel quadro della laicizzazione o secolarizzazione del mondo occidentale, ha cominciato a svilupparsi un consistente movimento di opinione che considera la condotta bisessuale accettabile e naturale quanto la condotta eterosessuale o omosessuale.

Problematicità nella definizione di bisessualità

Sicuramente la definizione di bisessualità pone problemi sul piano del significato perché resta poco quantificabile, oscura e indefinibile, a differenza delle categorie di omosessualità e di eterosessualità che sono accettate concettualmente da tutti perché hanno caratteristiche comprensibili e identificabili con precisione.
All’opposizione verso la bisessualità delle morali tradizionali si è aggiunta, almeno in alcuni casi, una forte opposizione di molti gruppi omosessuali che vedendo tale pratica come sinonimo di promiscuità, come non falso orientamento sessuale e scorretto stile di vita, oppure come contraddizione alla teoria della natura innata degli orientamenti sessuali, negano il concetto stesso di bisessualità.
Insomma, gli omosessuali li considerano come “né carne né pesce”.
Ciò ha portato alcuni sostenitori del movimento bisessuale a parlare di bifobia, intesa come avversione alla bisessualità e come equivalente all’omofobia.
Molti bisessuali si lamentano del fatto che il predominio della categoria etero/omo li costringa a confrontarsi proprio con quella cornice binaria che cercano di evitare.
In effetti il concetto stesso di bisessualità sfida le categorie reificate e il loro insufficiente valore descrittivo rispetto alle fantasie e ai desideri di un individuo.
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Ipotesi psicoanalitica

Freud pensava che era possibile essere bisessuali perché la natura umana stessa è bisessuale. La sua idea di “bisessualità universale” deriva dall’estensione all’ambito psicologico di un paradigma, a quell’epoca in voga nelle scienze biologiche, riguardante le potenzialità di un organismo di svilupparsi sia come maschio che come femmina (tutti gli individui sono portatori di una struttura originariamente bisessuale che, nel corso dell’evoluzione, è mutata sino alla monosessualità mantenendo residui atrofizzati degli organi dell’altro sesso). Freud allarga i confini di questo paradigma fino a sostenere l’esistenza di una bisessualità psichica come possibilità di nascere più dotati di una componente rispetto all’altra e di svilupparla mediante le esperienze e le identificazioni con le figure genitoriali.
Viene così accreditata l’ipotesi della bisessualità quale stadio evolutivo primigenio, che si può sviluppare in direzione sia dell’eterosessualità che dell’omosessualità.
Nell’inconscio nessuno è omosessuale o eterosessuale, ma possono coesistere tutti gli orientamenti indipendentemente da come un individuo si definisce.

Un’altra ipotesi psicoanalitica accreditata è quella che ritiene che il bambino di sesso maschile che deve acquisire i caratteri della mascolinità, è favorito in questo sviluppo da una madre che lo incoraggia a separarsi da lei per acquistare una propria individualità distinta. Se la madre non riesce ad acconsentire a questo distacco, prolungherà nel bambino il suo stato primario di femminilità dovuta all’identificazione del bambino con essa stessa.
In questi casi il prolungarsi della situazione di conflitto dovuto all’antagonismo tra i bisogni di dipendenza dalla madre e quelli di autonomia e identificazione col padre, può determinare un superamento solo parziale delle fasi critiche che può esitare in una duplice identificazione, con la figura femminile e con quella maschile.

Il termine bisessuale rimanda a due piani diversi:

  • piano della vita mentale e dei vissuti soggettivi: mescolanza di identificazioni maschili e femminili inconsce; osservazione che ogni propensione oggettuale (la persona che ci interessa nella realtà) ci ricorda figure sia maschili sia femminili del passato;
  • piano della realtà esterna: mescolanza palese di tratti maschili e femminili osservabili in ogni individuo bisessuale; attrazione sessuale con soggetti di entrambi i generi.

I desideri possono essere inconsci o consci e manifestarsi esclusivamente nell’immaginario erotico, senza alcun passaggio all’atto. Oppure le fantasie erotiche possono essere agite nei comportamenti.
Non sappiamo se esista uno spettro di bisessualità tra gli individui, per cui siamo tutti bisessuali (ma alcuni lo sono più di altri).